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Zaira Raimondo ricostruisce la vicenda umana ed artistica di Gino Gambera

Nella cornice della Badia di Sant’Agata, la vita e le opere dell’artista

Gino Gambera, artista scordiense poliedrico capace di raccontare la Sicilia attraverso la pittura, la fotografia, la grafica e la decorazione ceramica, è stato al centro dell’intervento della ricercatrice indipendente Zaira Raimondo, affiancata dallo storico dell’arte Paolo Dinaro, nell’ultima giornata del VII Convegno internazionale «La ceramica in Sicilia e nell’Italia meridionale dalla Preistoria all’Età contemporanea», svoltosi a Catania.
Nella cornice della Badia di Sant’Agata, la vita e le opere dell’artista sono state illustrate attraverso un approfondimento che ha evidenziato il suo legame con il territorio, la sensibilità creativa e il valore della produzione in maiolica. Un contributo che si inserisce nel più ampio tema del convegno, dedicato alla ceramica come testimonianza di civiltà e strumento per ricostruire paesaggi, relazioni economiche e identità culturali.
Nel corso della relazione, Zaira Raimondo ha ricostruito la vicenda umana e artistica di Gino Gambera, nato a Scordia il 15 agosto 1946 e morto a Militello in Val di Catania il 19 gennaio 2017. Proveniente da una famiglia benestante di agricoltori e imprenditori del settore agrumicolo, dopo una breve esperienza in seminario frequentò il Liceo Artistico «M.M. Lazzaro» di Catania.
La ricercatrice lo ha descritto come una persona schiva, riservata e ironica, ma animata da una grande curiosità intellettuale. I suoi interessi spaziavano dall’arte alla letteratura, dalla botanica alla musica e all’antiquariato, ambiti che spesso approfondì da autodidatta.
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta lavorò a Milano, dapprima presso la manifattura Fornasetti e successivamente nello studio fotografico di Vincenzo Aragozzini. Il forte legame con la Sicilia lo spinse a tornare a Scordia, dove avviò una campagna fotografica dedicata al patrimonio architettonico locale e dei territori circostanti.
Nel 1971, a Firenze, realizzò opere ispirate a Wilhelm von Gloeden, attratto da un’immagine della Sicilia in cui si intrecciavano natura, classicità e mito. A questa fase risalgono anche sedici vedute di Scordia realizzate a china, successivamente trasformate in stampe colorate a mano. Per la sua capacità di narrare i luoghi e restituire l’identità del territorio, Raimondo lo ha definito un «paesologo».
Nel 1974 si trasferì a Roma, dove collaborò con la rivista missionaria *Nigrizia* ed entrò in contatto con il critico Pinzuti, che gli propose di acquistare in blocco le sue opere. L’accordo durò soltanto un anno: un episodio che, secondo la relatrice, testimonia la distanza dell’artista dalle logiche del mercato.
Un capitolo centrale della relazione è stato dedicato alla produzione in maiolica, attraverso la quale Gambera espresse in modo particolare il proprio legame con la Sicilia. Le sue opere raffigurano paesaggi, vedute urbane, monumenti e scorci dell’isola, ripresi da fotografie, cartoline d’epoca oppure dall’osservazione diretta.
Il suo linguaggio artistico si distingue per il disegno accurato in manganese, simile alla china, e per le ampie campiture cromatiche, caratterizzate da sfumature delicate. Ne emerge una «geografia sentimentale» della Sicilia, restituita attraverso una visione idealizzata e arcadica, con richiami alla pittura di paesaggio tra il Cinquecento e il Settecento.
Intorno al 1980 Gambera abbandonò gli smalti sintetici, anche a causa dei problemi di salute legati all’esposizione ai solventi, per dedicarsi agli acquerelli, ai disegni a china e alla grafica multipla su carta.
Raimondo ha ricordato anche la passione dell’artista per il mondo naturale. Botanico e giardiniere, Gambera coltivò oltre cento varietà di rose, rivelando una sensibilità che la ricercatrice ha definito quella di un «ecologista ante litteram». Il suo sguardo sul paesaggio richiamava quello dei viaggiatori del Grand Tour, per i quali la Sicilia rappresentava un luogo d’incontro tra natura, storia e cultura.
A concludere l’intervento sono state le parole dello stesso Gambera, affidate a una riflessione sul tempo, sulla memoria e sul significato dell’esperienza vissuta: «Cosa è rimasto di ciò che io stesso ho amato e vissuto? Solo delle foto e queste righe che sto scrivendo in questo gelido inverno. Ma allora la primavera era in me e la portavo nel mio cuore».
Una testimonianza intima che restituisce il senso profondo della sua ricerca e il legame con i luoghi amati. Di Gino Gambera rimane, come ha osservato la relatrice, uno sguardo capace di trasformare il paesaggio in memoria, la memoria in arte e l’arte in testimonianza di un territorio. Attraverso la fotografia, la pittura e la ceramica, la sua eredità continua a raccontare la Sicilia e a custodirne l’identità culturale.

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