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Dal romanzo alla tragedia. La rappresentazione teatrale di Anna Karenina di Tolstoj allo Stabile di Catania

Riflessioni di una studentessa del Liceo Scientifico “Majorana” di Scordia

Nell’ambito del progetto “Teatro fruito”, proposto agli studenti dalla nostra scuola, il “Majorana” di Scordia, ho assistito recentemente alla rappresentazione teatrale di Anna Karenina di Lev Tolstoj, in scena allo Stabile di Catania.

Credo che non si possa commentare e interpretare correttamente il romanzo Anna Karenina, senza riconoscerne in primo luogo l’impressionante complessità, riguardante contemporaneamente la sfera sentimentale, quella psicologica e infine quella sociale. E il primo merito del regista, Luca De Fusco, e degli attori che si sono assunti l’onere della trasposizione teatrale è di non aver tradito tale complessità. Già all’inizio si pone il problema del significato da attribuire alla parola amore. Passione? Desiderio? Ideale? Convenienza? Secondo Stiva non è impossibile amare più di una donna, e anzi ritiene interiormente che sia giusto così, e lo farebbe anche esteriormente se il buon costume non imponesse il contrario. E sebbene sia giusto aprirsi alla possibilità che i propri sentimenti possano essere destinati a più persone, è paradossale che questo concetto sia espresso da un personaggio che certamente non prova un amore genuino verso la moglie, ma che giudica il matrimonio una semplice comodità offerta dalla società, che gli consente di soddisfare i suoi desideri carnali. Dolly è invece una donna ingenua, che pensa che il matrimonio sia strettamente legato all’amore e che quindi unirsi in matrimonio implichi naturalmente l’amore, per poi rendersi conto che non è così. E nonostante questo sacrifica se stessa in nome di un amore mai esistito da parte di entrambi.

Levin è sicuramente un uomo onesto, dalle intenzioni pure, ma condizionato come il resto dei personaggi, eccetto Anna, dall’istituto del matrimonio. E’ convinto che l’amore sia semplicemente un affetto corredato da stima, tant’è che afferma inizialmente di voler sostituire la madre con la nuova moglie. Kitty è una ragazza solare, entusiasta, che inizialmente crede nell’amore così come lo intende Levin, un ideale confuso. Ma non appena realizza grazie alla sorella che seguire le proprie passioni l’avrebbe condotta all’emarginazione sociale, si propone l’obiettivo di unirsi in matrimonio con Levin. Quest’ultimo è cosciente del motivo che ha indotto Kitty a persuadersi di essersi innamorata di lui, e si sente indegno di “ingannare” questa fanciulla buona e ingenua (seppur in modo diverso dalla sorella), ma alla fine costruisce insieme a lei un matrimonio stabile e rispettabile, una convivenza pacifica e che funziona.

La vicenda di Aleksèj Vronskij e di Anna è risultata invece relativamente più complessa, e mi confermerò alla scelta del regista di trattare più dettagliatamente del loro amore piuttosto che di quello degli altri, analizzando (si spera in maniera dignitosa) proprio la coppia di personaggi prima citata. Suppongo in partenza che il matrimonio tra Karenin e Anna si sia celebrato per convenienza. Entrambi quindi aderiscono alle norme imposte dalla società e modellano se stessi e il proprio comportamento sulla base di queste. Ma il matrimonio, concepito come una semplice istituzione al pari di ogni altro organo della burocrazia, tiene legati i due coniugi unicamente dal lato della razionalità, che spinge ad obbedire alla morale ipocrita che l’uomo stesso ha costruito per sé. Nel momento in cui subentra l’amore vero per un altro uomo, ovvero Vronskij, Karenina non può fare a meno di ascoltare i propri sentimenti, e così anche Vronskij. Ciò che li muove l’uno verso l’altro coincide con il desiderio della felicità. Il raggiungimento di questa felicità è però ostacolato dal perbenismo, dal buon costume, che se da un lato ammette la passione e la sua attuazione, al contempo obbliga a un allontanamento formale da questa. Ciò immagino abbia lo scopo di dimostrare agli altri di essere riusciti a reprimere la forza cieca della volontà che tutti ci anima (per recuperare la tesi schopenhaueriana), e così gli egoismi e la barbarie della lotta tra gli uomini. Ma la volontà e il desiderio e l’egoismo filtrano ugualmente attraverso le regole, e si realizzano nella loro crudezza all’oscuro di queste. D’altronde cercare di negare la propria natura è essa stessa un desiderio, una volontà: è impossibile sottrarsi ad essa.

Tornando alla vicenda di Anna, suo marito, Karenin, incarna perfettamente l’ideologia dell’uomo per bene (così come s’intendeva all’epoca), il cui unico vero cruccio riguarda il non compromettere la propria persona (soprattutto) e quella di Anna allo sguardo degli altri in quell’ottica severa, logica e ugualmente illogica prima descritta. Permette pertanto alla moglie di non essergli fedele, purché non dia da parlare alle male lingue. Sulla spinta di Vronskij però, la cui concezione dell’amore e del matrimonio si compenetrano in una prospettiva concreta, realizzabile, Anna confessa tutto al marito (anche di aspettare un bambino dal proprio amante), che inorridito dall’umiliazione che lo aspetta le nega il divorzio e la costringe a non rompere l’equilibrio del loro nucleo familiare. Romperlo avrebbe significato anche l’emarginazione sociale per lei, ma Anna non riesce a contenersi in pubblico e palesa il proprio amore per il giovane ufficiale. Al momento del parto, Anna, tormentata dal senso di colpa verso il marito, e più che verso di lui nei confronti dell’armonia razionale della loro vita coniugale, implora il perdono di Karenin per se stessa e per l’amante Vronskij, elevandolo alla grazia di un santo. Karenin apprezza sempre più questo ruolo di sacerdote, e il perdono gli appare così morale e grande da riabilitare la sua grandezza di uomo nella società. Inizialmente riprende la moglie con sé, ma constatato che quest’ultima non lo ama, e su consiglio di Stiva, la libera e le concede sia il divorzio, sia di vedere il figlio. Stiva, da questo momento fino alla fine dello spettacolo, mostra di avere una mente molto più aperta di quello che si possa pensare, facendo riflettere sul fatto che considerare una donna meritevole della morte solo a causa del soddisfacimento di un bisogno naturale sia qualcosa di assurdo.

Anna rifiuta però il divorzio, come se una parte di lei, schiava dei giudizi negativi e degli sguardi taglienti della società del suo tempo, volesse tenerla legata al suo passato, ponendola in una condizione di dubbio: “È davvero la cosa giusta da fare? E se invece si trattasse di un qualcosa di temporaneo? E se la mia reale felicità in realtà risiedesse nel matrimonio con Karenin? D’altronde, potrebbe capitarmi ancora di provare quest’amore per qualcuno di diverso da Vronskij, e tutto si ripererebbe”. Anna non riesce dunque a scegliere se riappropriarsi della propria vita precedente o crearsene una nuova, e cerca di assomigliare ella stessa a un ponte tra queste due vite. Come ci insegna Kierkegaard però, la possibilità genera angoscia, e le tensioni esercitate sulla protagonista da queste due possibilità la conducono a una lacerazione irreversibile. Se Anna avesse accettato di divorziare, non si sarebbe sdoppiata, e forse, accantonando la paura di sbagliare, avrebbe coltivato insieme a Vronskij il loro amore. Ma questo non avviene, e Anna, sempre più divisa, involontariamente smorza il sentimento da parte dell’amante, che pur cercando di rimanere al fianco della donna (di cui riconosce le condizioni critiche) infine cede e la lascia sola. Sembra quindi che anche la passione così ardita e sincera di Vronskij alla fine si sia rivelata effimera. Non si ha da trascurare poi che una contessa interessata a Karenin lo convince a impedire ad Anna di vedere il figlio, e che la società ha completamente isolato la “donna perduta”. Vronskij in cuor suo ha infatti deciso di non rinunciare alla propria vita sociale, e non lo fa, mentre Anna ha sacrificato tutto in nome di questo amore ed evitando il divorzio non si è messa nella posizione di affrontare con sicurezza i giudizi altrui (dopo il divorzio infatti, la gente avrebbe continuato a parlare di lei, ma di fatto non avrebbe potuto contestarle nulla perché lei avrebbe messo tutto in chiaro per via ufficiale).

Durante la scena finale la protagonista, dopo aver fatto uso di oppio, ormai priva di una qualsiasi speranza di riconciliazione con se stessa, comprende che il mondo è mosso da egoismi, e questo riguarda tutti, indistintamente: il suo amore per Vronskij mette in condizioni difficili il marito e il figlio, e distrugge le aspirazioni di Kitty; le sue paranoie sull’amore di Vronskij per lei e le conferme che ricerca da lui sviliscono pian piano il suo compagno; la volontà della società di dimostrarsi rispettabile e dignitosa, emarginando Anna, la feriscono; la soddisfazione degli istinti carnali di Stiva provoca dolore nella moglie Dolly; l’attrazione di Kitty per Vronskij e il conseguente rifiuto della proposta di Levin rattristano quest’ultimo ecc. ecc. Solo quando gli interessi sono comuni gli egoismi possono conciliarsi: è quel che accade a Kitty e Levin, i quali, nel momento in cui entrambi desiderano un matrimonio stabile, identificano le felicità in esso e, vedendo nell’altro un mezzo per il raggiungimento di questo obiettivo, giudicano amore la trepidante prospettiva della felicità riflessa nel/ nella futuro/a consorte. Pertanto, maturata questa consapevolezza, ad Anna non resta che togliersi la vita, priva ormai di qualsiasi riferimento.

Terminata l’analisi della messa in scena di Anna Karenina, tenterò adesso di esprimere la mia opinione a partire dalla vicenda rappresentata. Innanzitutto vorrei tentare di rispondere al quesito “Cos’è l’amore?”. Credo che l’amore vero non sia qualcosa di perfetto e dunque di ideale, e soprattutto che sia strettamente connesso alla passione. La passione è una componente importante dell’amore, specie all’inizio. È la passione che spinge le persone ad avvicinarsi e iniziare un percorso insieme. Il sentimento va poi costruito, mattonella dopo mattonella, da ambedue le parti, attraverso gli scontri e la loro risoluzione. Il vero amore non è dunque qualcosa di eterno, è possibile che sfumi, ma se presente va coltivato e allora diverrà sempre più solido. Anna e Vronskij avrebbero potuto perpetuare la propria felicità, ma Vronskij non ha resistito alle difficoltà e Anna ha condotto il proprio amore alla degradazione, trasformandolo in ossessione e nella propria condanna. Se è dunque sbagliato cedere agli ostacoli e concentrarsi unicamente sulla dimensione amorosa, annullando la realtà circostante, è anche scorretto pretendere di unirsi a un altro essere umano ex abrupto al fine di trascorrere la vita insieme. Questa idea di matrimonio è coerente con una visione del mondo in cui l’uomo è mosso dal desiderio e il desiderio è infelicità. Se infatti le passioni conducono allo scontro per via della volontà degli uomini di soddisfarle, allora l’unico modo in cui l’uomo può sottrarsi all’infelicità e vivere civilmente nella società è negare tali passioni e porre alla base di tutto (compreso il matrimonio) una struttura razionale che per l’assenza dei desideri è destinata a essere durevole e stabile. Ma le persone non possono negare se stesse, e anche quando tentano di fuggire dalla propria natura finiscono solo per manifestarla per vie diverse, oppure, se impossibilitati a esprimerla, non vivono appieno o periscono. Proprio per questo i matrimoni di Kitty e Levin, e quello di Dolly e Stiva, risultano essere degli scheletri disumani, privi di qualsiasi reale emozione e sentimento. Le passioni non vanno dunque rifiutate fino ad implodere o snaturarsi, ma perseguite. Ciò non deve però accadere in modo sfrenato, ignorando il mondo circostante, ma orientando le proprie pulsioni così da soddisfarle nella misura in cui ne abbiamo bisogno e quindi da “selezionarle” e stabilire quali far maturare tramite l’uso della ragione. In fin dei conti l’uomo è questo no? Sinolo di razionalità e sentimenti.

Se avessi poi l’occasione di rivolgermi ad Anna Karenina, la conforterei dicendole che sì, l’amore non è esclusivo. È possibile amare più persone, è naturale voler piacere, amare ed essere amati, e quel tentativo di conquistare Levin è solo il tentativo di sopperire ad un desiderio che la donna non vede appagato nel rapporto con Vronskij (ritenuto dalla protagonista responsabile di non amarla più). Le direi che la vita è però fatta di scelte, e che sacrificare un amore così grande come quello per Vronskij per paura di errare costituisce il vero sbaglio. Siamo finiti, limitati, e i nostri incontri è vero, sono casuali, ma è nostro dovere trarne il meglio possibile. Se è dunque casuale che Anna incontri Vronskij piuttosto che un altro uomo altrettanto affascinante ai suoi occhi e che si innamori di lui, preoccuparsi dell’eventualità che l’oggetto del suo amore potrebbe diventare qualcun altro significa sminuire quello che nel frattempo, seppur per caso, è nato tra lei e il giovane. Le occasioni non vanno sprecate in nome di un’infinità vaga e astratta di possibilità. E se anche un giorno Anna avesse sentito urgente il bisogno di scegliere un altro uomo, ciò avrebbe potuto significare due cose: o che non ha mai realmente amato Vronskij, o che il sentimento tra di loro non è stato curato a dovere. Vi sarebbe poi da citare in causa anche il poliamore (di cui non so affermare con certezza l’esistenza, che non per questo è però da escludere), ma questo aprirebbe una questione ancor più complessa che andrebbe discussa separatamente dal resto. La riassumo dicendo solo che l’interesse nei confronti di altre persone, diverse dall’oggetto del proprio amore, è giusto che vada indagato e dopo averlo fatto è importante valutare se si tratta di una pulsione trascurabile o meno, e nel secondo caso contemplare se è possibile rinunciare alla prospettiva di un nuovo amore da cementare contemporaneamente all’ altro o no.

Come ultima considerazione, vorrei gettare una luce positiva sul pessimismo schopenhaueriano che pervade Anna Karenina: benché l’uomo sia egoista, non per questo la sua natura va giudicata negativamente. Se l’egoismo non tiene conto di nessuno e incontrollato decide delle sorti di chi lo prova, allora questo non può che portare all’odio e alla distruzione. Ma se l’egoismo è sano, ovvero tenuto a bada dal soggetto e filtrato dalla sua razionalità, allora tale egoismo finirebbe per evitare il deterioramento dell’individuo e l’odio verso di lui da parte di chi ne rimane ferito. Se infatti l’individuo in questione pondera le proprie decisioni ed è onesto con se stesso e con gli altri, e nel suo essere onesto è anche gentile, nessuno vedrebbe in lui che una creatura della natura come le altre che, pur avendo come primo scopo la propria felicità e la propria autoconservazione, è consapevole di sé e si limita lasciando spazio anche agli altri.

Martina Zuccarello

V A dell’I.S. “E. Majorana” – Liceo Scientifico Scordia

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