CronacaIn rilievo

Migranti trasferiti in Questura. Le associazioni: “Sfruttati e vittime di reati”

Fare di Scordia un paese sicuro. Lo chiedono, in una nota congiunta, l’associazione Penelope, Scordia Sfrutta Zero, la Cgil territoriale e il presidio Libera. Tutto nasce da un’operazione di polizia condotta dai carabinieri della locale stazione che nella sera di mercoledi scorso, come si legge nel comunicato, ha portato alla identificazione di 14 giovani migranti irregolari che occupavano l’ex magazzino per la lavorazione di arance, Copeca, ormai in stato di abbandono e pericolante e coinvolto nelle settimane scorse da un incendio che sarebbe partito dalla zona esterna allo stesso edificio. I migranti irregolari, a sirene spiegate e lampeggianti accesi, sono stati accompagnati alla Questura di Catania per la notifica del relativo decreto di espulsione. Un’operazione di sicurezza dell’ordine pubblico viste le continue segnalazioni da parte dei cittadini ma che viene stigmatizzata dagli scriventi: “L’operazione non ha individuato un covo segreto di una organizzazione criminale dedita ad ogni sorta di traffico illegale ma un sito che da decenni ospita, alla luce del sole, migranti irregolari che sono sfruttati e vittime di reati previsti dal codice penale quali la riduzione in schiavitù, sfruttamento lavorativo, intermediazione illecita di manodopera, reati mai o soltanto marginalmente perseguiti. A pensare male – si legge – si potrebbe ipotizzare che sia più facile e socialmente apprezzato, perseguire poveri e disperati migranti senza casa e famiglia, piuttosto che padri di famiglia nativi a capo di aziende agricole che spesso che si dicono loro stessi “costretti” ad abusare dei primi a causa della mancanza di manodopera, ovvero per le condizioni di strozzinaggio a cui sono sottoposti dalla grande filiera alimentare. Invochiamo le “attenuanti specifiche” per questi uomini vittime e chiediamo che vengano ascoltati e possano accedere alle forme di tutela e di regolarizzazione che la legge prevede in favore di coloro che denunciano la loro condizione di sfruttamento”.

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